L come ‘live’
maggio 27th, 2012 § Lascia un commento
Sbobinature di registrazioni vocali. Nel 2006 frequentavo le riunioni de l’Accalappiacani, una rivista letteraria condotta per un po’ da Paolo Nori, Daniele Benati e Ugo Cornia, e una delle domande cui cercavo risposta lì alle riunioni di quel giornale, era quella su cui uno scrittore si trova prima o poi a riflettere: ‘come posso reinventare sulla pagina il suono della lingua parlata?’. In un certo senso tutto ABCdiario era una risposta, un po’ confusa, a questa domanda posta in modo confuso (ma anche ad altre altrettanto confuse, a dire il vero). Comunque, nella speranza di catturare il suono della lingua parlata, io per un paio d’anni ho girato con un registratore vocale in tasca. Questo è uno degli esemplari catturati che ancora oggi rispondono meglio a quella domanda.
Noi Eterea suonavamo a Bosio, un festival in provincia d’Alessandria, ospiti di amici che ci avevano invitati più volte. Tra l’altro gentilissimi, questi amici, perché ci hanno sistemato nell’agriturismo di un tipo che si faceva tutto in casa. Viveva, lui e la sua famiglia, in una parte isolata della montagna. Aveva capre, maiali, galline. Aveva anche bambini bellissimi, che dal punto di vista cognitivo vedevi che non erano inquinati, che non avevano cazzi di seghe da playstation, televisione o organi mediati, vedevi bambini abituati ad essere immersi nella natura, ad avere esperienze dirette con l’ambiente, e questo traspariva dal loro comportamento. Ci hanno trattato da dio. Come quando ci fanno, Oh, volete fare merenda? E facciamo merenda!, diciamo noi. Ci hanno portato vini piemontesi, Barbera, Dolcetto d’Alba, robe così, e altre bozze che spaccano a buso, insieme a prodotti fatti in casa: affettati, crostini col miele… anzi no, pecorino fatto da loro con miele selvatico e noci di bosco. Insomma, l’apoteosi del gusto. Anche il concerto era in mezzo al bosco e dopo aver suonato, un tipo che si è avvicinato per farci i complimenti ci fa, Volete funghetti? E prendiamo ‘sti funghetti!, diciamo noi. Per me era la seconda volta; la prima non mi aveva fatto un cazzo, forse perché non erano forti, forse perché non erano così o cosà. Però quella notte ci ha preso bene tutti quanti, e la reazione generale è stata, risate grasse. Avevi un senso d’empatia per le persone con cui comunicavi, e soprattutto la percezione della musica e dell’ambiente era amplificato all’ennesima potenza, tanto che la festa si è trasformata in un goa-party, con dj che mettevano su dischi, gente che ballava, anzi, no, gente che si sbracciava, tra cui una ristretta cerchia, la beccavi al volo che era fatta di funghetti, perché aveva l’occhio languido. Cazzo!, dicevi, appena ne beccavi uno, Tu sei della mia stessa famiglia! E l’altro scoppiava a ridere, perché era vero. Sarà stato l’ambiente, così isolato e immerso nel bosco, ma avevi voglia di comunione con le persone, ti faceva sentire parte di qualcosa di immensamente più vasto, ti veniva voglia di condividere qualsiasi cosa. Io e Lele, eravamo così presi bene da questa storia, che giravamo tenendoci per mano. A proposito, Lele è uno degli Eterea, noi Eterea siamo Lele, Gg, Rigòn ed io, e facciamo pOst BÔng, cioè, il genere musicale che suoniamo si chiama pOst BÔng, e l’aneddotto figata è che Rigòn, ad un certo punto, nessuno l’ha più visto. Io, Lele, Gg ci dicevamo, Cazzo!, e Rigòn? Bisogna cercarlo! Il palco era in radura in mezzo al bosco, in una specie di conca del terreno e per arrivare ai chioschi dovevi fare questa rampa, tipo due minuti a piedi. A turno, uno di noi partiva, saliva la rampa, faceva questi tre minuti a piedi e, arrivato in cima, incontrava gente al chiosco, si metteva a chiacchierare e si dimenticava come mai era arrivato fin lì. Poi tornava giù, gli altri gli chiedevano, Cazzo!, e Rigòn? Hai trovato Rigòn? Boh!, rispondevi tu, Bisogna cercarlo! Questa cosa è andata avanti per ore e ore, che ogni tanto uno partiva alla ricerca di Rigòn, lungo la strada incontrava qualcuno o qualcosa che lo distraeva, e ritornava giù senza averlo cercato. Io e un altro tipo siamo andati a cercarlo perfino nel bosco. Questo tipo mi ha anche fatto prendere quasi male, perché mi parlava di spiriti maligni e demoni, io che sono sempre stato legato all’aspetto mistico delle cose! Mi sentivo che questo tipo mi trasmetteva energie che non volevo assumere perché, in quel momento lì, stavo troppo bene così, in sintonia con ciò che mi circondava. L’ho seminato inoltrandomi ancora di più nel folto del bosco, mi sono perso e, ad un certo punto, mi sono trovato di fronte ad una cascina. In realtà l’ho scoperto solo il giorno dopo che era una cascina, perché a me, in quel momento lì, mi sembrava un labirinto, sai i labirinti celtici?, ecco, uno di quei labirinti lì, di cui la croce uncinata è un esempio, che è il simbolo celtico del labirinto terrestre. Infatti il Celtismo ce l’ha a morte con il Nazismo per aver usurpato il loro simbolo sacro. Comunque, ho deciso di andare verso questa visione e mi sono imbattuto nel punàro, cioè nel pollaio. Era notte fonda e le galline chiocciavano. Mi sono sdraiato e ho cominciato a guardare ‘sta cazzo di gente, ‘sti cazzo di animali. E allora gli faccio… CIAO, RAGAZZE! Perché io parlo anche con il mio cane, vuoi che non parli con le galline? CIAO!, dico e loro smettono di chiocciare. Poi ricominciano. Io, con ‘ste galline, ho tentato di instaurare un dialogo. E c’era veramente, giuro, c’era la percezione che anche se non capivamo un cazzo di ciò che stavamo dicendo, c’era la percezione che tra me e questo gruppo di galline o quaglie o quel cazzo che erano, c’era il tentativo di instaurare una comunicazione ad un livello molto meno distante di quello che tu e una gallina vi trovate di solito. E, alla fine, pacificato da questa illuminazione, sono tornato alla festa, ho ritrovato i miei amici, che mi hanno chiesto, Cazzo!, Rigòn!, dov’è Rigòn? Boh, ho risposto io, Bisogna cercarlo! la mattina dopo abbiamo scoperto che i funghetti gli avevano preso male e si era messo a dormire sotto una macchina, neanche nostra, vicino alla marmitta, Rigòn.
[ABCdiario, AAVV, sotto la voce 'live', Zandegù 2008]
O come ‘Orchestra Tabarroni’
maggio 27th, 2012 § Lascia un commento
ABCdiario è un’opera collettiva. Per costruirlo, Massimiliano Maestrello, Marco Lauri, io e qualche altro amico, facevamo delle riunioni in cui ci leggevamo i pezzi e valutavamo l’effetto che avevano in sé e nella posizione all’interno del libro. Una delle cose più interessanti dei processi creativi aperti a più persone é che le idee si trasmettono, stanno nell’aria e contaminano, diciamo così?, la testa e le idee dei partecipanti. Anche se non si è precisamente consapevoli, si capisce subito se un’idea è buona, perchè te la ritrovi su una pagina che stavi scrivendo senza quasi accorgerti che non è tua: vuol dire che in qualche modo è diventata tua. L’orchestra di Renato Tabarroni e tutta la storia del punk subliminale è rimasta impigliata nel mio immaginario creativo per mesi.
Eravamo lì, nel piazzale di fronte alla scuola elementare, dove avevano piantato la sagra del paese, io e il Barto. All’epoca, ti parlo di quando avevamo sui diciotto anni, avevamo un gruppetto punk, io suonavo il basso e cantavo, lui era il chitarrista. Eravamo abbastanza “radicali” all’epoca, tipo che io penso di non aver ascoltato nient’altro che quello che consideravamo vero punk per due anni buoni. Ad ogni modo, quella sera lì non avevamo trovato niente di meglio da fare e avevamo deciso di ubriacarci , visto che alla baita degli alpini trovavi delle bottiglie di vino che costavano davvero poco. Così, ci mettiamo in un angolo con le nostre bottiglie, beviamo e più che altro guardiamo la gente che balla e questo tizio che suona liscio con il suo complesso. Renato Tabarroni, si chiamava. Per il paese c’erano questi poster pubblicitari assurdi con il suo faccione, immaginati un ex-hippie, basco piantato in testa, capelli lunghi bianchi e barbone. Insomma, per un po’ suona le solite canzoni che immagino suonino queste orchestrine di liscio, la gente balla e io e il Barto continuiamo a far spola tra la panchina dove c’eravamo seduti e la baita degli alpini e andiam giù pesante di bocce di vino. Ad un certo punto –sarem stati alla quarta bottiglia- Tabarroni comincia a cantare in spagnolo, e mi accorgo che conosco le parole della canzone. Per farla breve, sotto forma di ballabile, stavan suonando “Hasta siempre comandante”. Immagina che al mio paese –ti parlo della bassa veronese- la Lega prende uno sfacelo di voti, è tutta gente venuta su a Dc che adesso vota Lega e Forza Italia, quindi comunisti proprio zero. Ecco, io e il Barto ci siam guardati e siamo scoppiati a ridere, ci sembrava che li stesse prendendo per il culo tutti quanti. Vedevi queste coppie di gente casa e chiesa o queste persone che sapevi che eran dei mezzi fascisti –alla fine in un paese piccolo come il mio si sa tutto di tutti e al limite ti basta sentire una discussione al bar per inquadrare i personaggi- e insomma li vedevi li a ballare tranquilli questa canzone rivoluzionaria, che bastava usare una lingua che non fosse l’ italiano per mettergliela nel culo. Era punk, capisci? Come gesto, intendo. Poi, dopo che io e il Barto abbiam bevuto non so quante bocce in tutto, suonano “Io Vagabondo” come canzone finale. Tabarroni intona la prima strofa e incita questo pubblico di ultracinquantenni a cantare e, o ti giuro, dice proprio così: “Cantate, bestie!”. E come per magia senti arrivare il coretto, la gente si mette a cantare sul serio! E in un attimo, quella specie di ex-hippie è diventato un nostro idolo. So che dopo io e il Barto, ubriachi spolpi, ci siam messi a delirare se si potessero trovare connessioni tra il punk e il liscio, o che magari si poteva mettere su un gruppo parallelo estremizzando le posizioni di Tabarroni, suonare canzoni anarchiche o dei Sex Pistols mascherate da pezzi di liscio, tipo messaggi subliminali e cose così. Poi ovviamente non se ne è fatto niente che eran le classiche teghe che ti fai quando sei distrutto –infatti il resto della serata l’abbiam passato dietro la palestra, il Barto avrà sboccato seimila volte e io mi sono addormentato sul prato con il sound delle sue gettate. Però, segretamente, io e il Barto continuiamo a coltivare il culto di Tabarroni.
[ABCdiario, Max Maestrello, Zandegù, 2008]
S come ‘secchione’
maggio 27th, 2012 § Lascia un commento
In questo lucido pezzo del 2008 si spiega perché in Italia i talenti emigrano e i mediocri trionfano e si fanno rappresentare da Bersani o da Berlusconi
Per una notevole percentuale della mia esistenza, e più a torto che a ragione, sono stato etichettato come secchione. La cosa mi infastidiva; un secchione standard è uno che non esce nemmeno quando ha finito i compiti perché vuole “approfondire”. O magari uno che va benissimo a scuola ma non ha metodo di studio, quindi per prendere otto, cosa che reputa la realizzazione del proprio essere, trascorre infelici pomeriggi a rompersi la testa contro Dante o il teorema di Tizio e Caio. Data la percentuale di tempo che ho mediamente dedicato allo studio, non ritenevo né ritengo affatto di essere secchione: uscivo, mi divertivo, bevevo, mi facevo le canne e studiavo una media di 15 minuti al giorno. Per la mia posizione, “secchione” era un insulto sanguinoso, capace di devastare il mio ruolo sociale di gaio viveur che però fa il suo dovere. I compagni ed in specie le compagne di classe mi attribuivano tale appellativo con invidia, sulla base dei miei risultati in pagella. Il punto è che con quei voti lì, o sei il cocco, o sei un secchione o sei un genio. Io ero un genio. Non lo dico per vantarmi. Era vero, e riconosciuto pubblicamente da chi aveva il coraggio di farlo: ovvero i secchioni autentici, ed i pluribocciati, che sono, nel giudicare i voti altrui notoriamente i più equanimi. Io sempre ritenuto la birretta serale più importante del voto il giorno dopo; non per la birretta in sé ma per tutto ciò che c’era intorno, tipo le ragazze che uscivano con noi. “Secchione” è infatti epiteto e categoria usata, difensivamente, dal mediocre, da chi potrebbe attendere a buoni risultati ma non lo fa, perché non sa o non vuole. Prendete mio fratello, che ha passato la terza media con uno scarno “sufficiente”. I miei, comprensibilmente insoddisfatti, gli hanno opposto le più brillanti prestazioni dei compagni. Risposta: “Ma quelli là sono secchioni”. Il termine serve a dare valore negativo a qualcosa (l’andar bene a scuola) che di per sé sarebbe apparentemente positivo. E’ un modo per escludere socialmente e riaffermare da parte della comunità antropologica dei mediocri, della piccola borghesia scolastica, il proprio sistema di valori, più o meno dichiaratamente anti-scolastico. Il Secchione tipo non ha una soddisfacente vita di relazione, in particolare tende ad essere “sfigato”. Questo vale in specie per il maschio, perché la ragazza, se è figa, può compensare il fatto che studia comportandosi da troietta. Essere secchione, dal punto di vista della vita sessuale, è come avere la lebbra. Se per caso ha una ragazza, è secchiona anche lei, ed è anche cesso, perché una secchiona figa, appunto, usa gli attributi fisici per uscire dal suo ghetto sociale, e magari si fa il tamarro. Qui il secchione comincia a sfumare nel nerd. La rivincita e l’archetipo del secchione/nerd è Peter Parker, l’Uomo Ragno. I primi fumetti di Stan Lee sono una feroce denuncia sociale della discriminazione ed oppressione che il secchione subisce, della sua incapacità a vivere una vita sociale normale, della crudeltà femminile in materia. Infatti il riscatto non avviene nella normalità, dove è impossibile, ma nella sfera mitica del superpotere, nella notte e dietro la maschera. Certo, poi arriva Mary Jane, però, fatemelo dire, Peter Parker si fa mary Jane perché è l’uomo ragno, non perché è Peter Parker. La storia di Alicia, che odia e disprezza Parker quanto ama e venera l’Uomo Ragno (senza conoscerne l’identità) è emblematica.
[AA VV, ABCdiario, parole che vale la pena di usare (almeno una volta nella vita), 2008, Zandegù, Torino]
V come ‘vaccagigi!’
maggio 27th, 2012 § Lascia un commento
Uno dei nostri ambiti preferiti erano le interiezioni.

La mia era una nonna vecchio stile: grassa, rumorosa e devota. Aveva un nome biblico, Giuditta, e ogni giorno alle sedici metteva su Telepace dove, secondo lei, Don Guido recitava il rosario in diretta da Cerna, località che nella mia geografia di bambino ’86 si collocava a metà via tra un posto dove si pesca un tot di pesci e una città della Biellorussia dove era recentemente esplosa una centrale nucleare. E soltanto dopo che noi bambini avevamo compostamente detto le orazioni ci lasciava guardare i cartoni animati. Nel frattempo ci preparava la merenda: per ognuno dei suoi otto nipotini faceva un toast con metà sottiletta, metà fetta di prosciutto e un bicchiere con metà Sanguinella e metà acqua da rubinetto, perché “se la bevi fredda da frigo ti fa male”. Mia nonna, quando ero piccolo, mi ricordo che aveva un set originalissimo di vaccadì. A volte diceva proprio vaccadì, ma più spesso si concedeva dei “vacca dieci” che lasciavano noi bambini di stucco a immaginarci questa mandria di mucche in numero di dieci. Altre volte “vacca dieci” diventava “vacca Gigi”, espressione questa che mi ha turbato a lungo (come può una vacca, e quindi una femmina, chiamarsi Gigi?). Ma la variante più in uso da mia nonna era “vaccadieze”, dove “dieze”, (con la dolce s di rosa), è la pronuncia locale di “dieci”; lei stessa sembrava indecisa fra le due varianti, fino a quando un giorno si superò. Io mi ero intestardito a voler vedere i cartoni animati prima del rosario e proprio non me la sentivo di ascoltare Don Guido, perciò mi ero piazzato di fronte alla tv e, ogni volta che lei girava il culo, mettevo su Italia1, dove Paolo Bonolis conduceva Bim Bum Bam. La mia cara nonnina, dopo avermi avvertito un paio di volte, alla terza mi ha preso per i pelotti, ha dato una bella shakerata e ha detto, “Basta, VACCA DIESEL!”
[AA VV, ABCdiario parole che vale la pena di usare (almeno una volta nella vita), a cura di Loris Righetto, Torino 2008, Zandegù editore, pag. 159]
